Sami è arrivata l’anno scorso al BAM! dopo aver attraversato il Nord Italia in bici 3 o 4 volte, con un pick-up da spedizione. Bici attaccate, tenda sul tetto e cappellone in testa.
Appena è scesa ha illuminato mezzo festival col suo sorriso genuino, parlando 8 lingue diverse, spesso mescolate.
Ci piace molto Sami, ci piacciono le persone che non seguono le strade decise da altri.
Cresce a Barcellona, dove per caso scopre la bicicletta e la libertà che l’accompagna; nutre un forte amore per la fotografia e per il racconto dei viaggi. Da qualche anno si lancia anche in sfide di ultra race sempre più impegnative, sale le montagne e fa parapendio.
In mezzo a tutto questo costruisce, con altre donne del mondo bikepacking, un collettivo per ispirare altre donne a usare la bicicletta e l’outdoor come occasione di emancipazione, in un mondo che da decenni ha relegato le donne in secondo piano.
Una furia della natura, insomma, ma cerchiamo di capire un po’ meglio insieme a lei da dove viene e cosa sta progettando di nuovo.
Mentre facciamo quest’intervista non siamo a un festival, siamo davanti a uno schermo, lei è a Chamonix tornata da poco da una gara dall’altra parte del mondo. Io sono comodo, sulla mia sedia e non vedo l’ora di ascoltare cos’ha da raccontarci.
Il tuo stile di vita è piuttosto unico: atleta multidisciplinare, fotografa, ciclista. È sicuramente un percorso non convenzionale.
Cosa ti ha spinto, all’inizio, a scegliere questa direzione invece di seguire una carriera più tradizionale come fanno molte persone?
Credo che tutto parta dal fatto che non sono cresciuta con molta continuità. Iniziamo da lì.
Questo ha fatto sì che, fin da molto giovane, abbia praticato tantissimi sport. Ovviamente quelli più convenzionali come il tennis. Poi equitazione, calcio, basket, danza classica, non so, ho fatto kayak, golf.
Mia madre mi mandava sempre a ogni sorta di campo estivo. Questo perenne cambiamento ha fatto sì che non abbia mai seguito, a partire dagli sport, una strada convenzionale.
Ho provato, fallito e riprovato di tutto.
Questo ed altro mi hanno portato sulla strada in cui sono ora.

Sappiamo che hai iniziato nel mondo molto amato delle fixed gear, con gare come la Red Hook.
Cosa ti ha ispirato ad avvicinarti alle bici a scatto fisso? E cosa ti porti dietro di quel mondo, che oggi è un po’, diciamo, finito? Anche se il fixed non muore mai.
Non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho toccato la mia fissa.
Ma credo che le bici, in generale, siano entrate nella mia vita quando avevo 17 anni. Vedevo i miei amici con queste bici super funky, colorate, a bassissima manutenzione.
C’era adrenalina, colore e ricordo che li vidi una volta mentre andavano a un concerto. Pensai: “Ma cos’è quella cosa?”.
E loro: “È una bici. Non ha freni”.
“Ok, fammela provare”.
L’ho provata e mi sono innamorata subito.
All’epoca lavoravo in uno skate shop, ero una skater, quindi tutt’altro mondo.
Poi ho pensato: “È una figata. Mi porta ovunque e non devo prendere i mezzi pubblici”. Ho messo da parte un po’ di soldi e ho comprato una fissa da 300 euro: un vecchio telaio da strada verniciato a spray, giallo. Il manubrio era così piccolo che a malapena ci stavano le mani, ma era quello che andava all’epoca. È stata una cosa che mi è piombata addosso.
Mi piaceva perché risparmiavo tempo e soldi evitando i mezzi, che non mi sono mai piaciuti.
E soprattutto potevo scoprire meglio la città. Andavo in posti in cui probabilmente non sarei mai andata senza la bici.
Prendevo una strada a sinistra invece che a destra, anche nella mia stessa città.
Mia madre non mi avrebbe mai mostrato quei luoghi quando ero piccola, tipo il centro di Barcellona. Era bellissimo: avevo il mio mezzo di trasporto, tutto basato sulla mia forza, e tantissima adrenalina.
Facevamo gare dalla parte alta di Barcellona fino al mare.
Chi c’è stato lo sa: puoi beccare quasi tutti i semafori verdi, ma non proprio tutti.
Quindi rischiavi un po’ la vita, skiddavi giù per tutta Barcellona.
Era davvero divertente.
Sappiamo che la fotocamera è un tuo secondo occhio: come si legano queste due passioni? Le due ruote e l’obiettivo, per capirsi.
Sì. Mi piace documentare i viaggi.
E credo che la bici renda le persone curiose. Sarà sempre un mezzo migliore rispetto a qualsiasi altro, soprattutto quelli a motore. Ha davvero aperto i miei occhi.
Mi ha fatto capire che potevo scrivere, documentare e vedere il mondo in un modo diverso, ma anche mostrarlo agli altri. Oggi forse non è più così unico: tutti possono documentare i propri viaggi, tutti hanno una fotocamera.
Ma prima lo era. La macchina fotografica è arrivata presto nella mia vita, la bici un po’ dopo.
Ma adoro combinarle per raccontare storie, per mostrare quanto sia incredibile il mondo in cui viviamo.
E credo che non smetterò mai di farlo. Ora ho partecipato a diverse ultra race.
All’inizio non mi divertivo molto, e credo fosse perché non avevo una fotocamera con me.
Adesso faccio tutte queste gare con una macchina fotografica, così mantengo viva la mia motivazione.



Insieme alle tue amiche Corina Montero e Claudia Almendros hai fondato il W Collective.
Vuoi raccontarci da dove nasce e dove vi piacerebbe arrivare con questo progetto?
Il W Collective è nato durante il periodo del Covid, come tante idee.
All’inizio erano le “W Talks”: la W poteva significare qualsiasi cosa.
Who, where, weather… non importava.
Ma stava anche per Women Collective. Facevamo delle “women’s talks”. Avevo tante amiche incredibili in giro per il mondo e volevo connetterle e dare visibilità a queste atlete e persone straordinarie. Abbiamo iniziato con delle dirette Instagram, una specie di podcast live.
Ma ho capito che forse non era proprio il mio mondo: parlare davanti a una camera di corsa, senza poter stare all’aria aperta, sui miei amati sci o in sella a una bici.
Oggi siamo un collettivo che cerca di unire donne in tutto il mondo e motivarle a uscire, muoversi, attraverso ride, workshop e talk.
Vogliamo anche condividere notizie mensili, per far scoprire cose che magari non emergono se nessuno le racconta.
Io, Corina e Claudia abbiamo punti di vista molto diversi, leggiamo cose diverse, ci interessano cose diverse.
E vogliamo portare tutto questo alle ragazze per continuare a ispirarle.
Quest’anno il piano è, per esempio, andare alla BAM, seguire il Tour de France Femmes come vere cheerleader, seguire le gare sui tracker, creare più contenuti.
E se riuscissimo a organizzare un camp a fine anno, sarebbe fantastico.
Chiediamo a tutti gli ospiti delle interviste Bamtastic se hanno uno “spirito guida”: una persona, un libro, una frase filosofica che ispira la loro vita quotidiana.
Quest’anno ho scoperto un mantra. Non ero mai stata molto in queste cose.
È: “Se vai più lontano, vedrai di più”. È quello che mi ha spinto a finire gare, progetti, tante cose. Vale con la fotocamera, senza fotocamera, sulla bici, in tutto.
È l’unica frase che mi rappresenta davvero.
Fra l’altro ho anche un tatuaggio con scritto “Why not.” che per me rappresenta esattamente questo.
Più vai lontano e più vedrai cose; per poter andare lontano, ovviamente, non puoi far altro che ripeterti: perché no? Infatti la risposta mi sembra superflua.
Grazie Sami, ci vediamo al BAM portandoci dietro questa tua bella energia!
Grazie a voi ragazzi, ci vediamo a Piazzola
G.Cury
