Nel 1970 Reinhold Messner – forse il più grande alpinista di sempre –
affronta quella montagna che segnerà la sua vita: il Nanga Parbat.
Una montagna difficile, pericolosa, un’impresa verso l’ignoto.
Lui e il fratello Günther scelgono una parete mai salita prima e riescono ad arrivare in vetta.
La discesa però diventa un inferno e una tragedia, quella che segnerà tutta la vita di Reinhold:
una valanga li travolge e Günther muore.
Messner scende da solo, congelato, delirante: tutti lo davano per morto.
È l’inizio e la ferita di tutta la sua vita. Avrebbe potuto smettere lì.
Invece va avanti.
Da quel momento, ogni montagna è un “andare nonostante”
Dopo aver perso fratello, dita e amici (perché grandi furono le polemiche nei suoi confronti), Messner continua a salire le grandi montagne.
“Non è per conquistarle, che ci torno, ma per capire fin dove posso arrivare.”
Messner tornerà sul Nanga Parbat sette volte, non per dimostrare qualcosa, ma per capire,
forse anche per motivi che conoscono solo lui e il dio degli alpinisti.
“Non sono tornato per cercare Günther. Sono tornato per cercare me stesso, quello che ero rimasto lassù.”
Il Nanga Parbat diventa la sua ossessione e la sua terapia, il simbolo di quel punto in cui tornare indietro non è più possibile, ma andare avanti è l’unico modo.
Nel 2005 vengono trovati i resti di Gunther e immaginiamo Messner, quell’uomo che sembra fatto della stessa pietra delle sue montagne, sentire che in qualche modo, finalmente,
il Nanga Parbat gli aveva dato una risposta.
C’è un punto in cui tornare indietro è molto più complicato che andare avanti.
Vale per i viaggi in bici, per le salite, per le notti al freddo, per quelle volte in cui, mannaggia al patriarca, hai finito l’acqua ma non vuoi arrenderti.
E vale anche per le passioni, quelle che a volte non si sa neanche da dove arrivano, ma a un certo punto tornare indietro è impensabile.
E ogni volta che torniamo su una strada che già conosciamo – in bici, in montagna o nella vita – non è mai davvero per rifarla, ma per capire se siamo cambiati noi.

L’incredibile autoscatto di Messner, in cima al Nanga Parbat nel 1978
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Cosa c’entra il surf con il viaggio in bicicletta?
Tantissimo, credetemi.
Il memoir di William Finnegan, premio Pulitzer, è molto più di un libro sul surf: è il racconto di una vita passata a inseguire onde, luoghi e un tentativo di trovare risposte.
Ma è anche una riflessione poetica sull’ossessione, sul tempo e su quel momento in cui — come nei viaggi migliori — tornare indietro non ha più senso.
📖 Giorni Selvaggi, edizioni 66thand2nd
