Bentornate e bentornati alla nostra rubrica BAMtastic nella quale intervistiamo viaggiatrici e viaggiatori che ci stupiscono e ci ispirano con i loro racconti e le loro esperienze.
Siamo riusciti a parlare con Leonardo, l’abbiamo trovato per caso grazie ai suoi bellissimi video di viaggio e la cosa che c’è più saltata all’occhio è che siamo abituati a cicliste/i che viaggiano in bici facendo cose straordinarie. Con Leonardo abbiamo percepito il contrario, ovvero che è un viaggiatore che ha scelto quasi per caso la bici per esplorare la Via della Seta.
Al secolo Leonardo Scarton e @leonthesilkroad sui social, ha imparato ad andare in bicicletta a 19 anni. La sua prima bici l’ha avuta appena due anni fa.
Oggi sta percorrendo su quella bici la millenaria strada che collega l’Italia al Giappone.
Ma ridurre il suo viaggio ai chilometri, ai passi di montagna attraversati o ai paesi messi in fila sulla mappa sarebbe probabilmente il modo meno interessante per raccontarlo. Quello più banale.
Per Leonardo la bicicletta è prima di tutto uno strumento di connessione. Un modo lento e vulnerabile di attraversare i territori, incontrare le persone e provare a capire come cambiano culture, lingue, religioni e comunità spostandosi verso Oriente.
Lo abbiamo raggiunto (purtroppo solo per telefono) mentre si trovava a Ulaanbaatar, in Mongolia, dopo circa otto mesi di viaggio e dopo aver attraversato la vastità della steppa mongola.

Prima di prendere una bicicletta e partire dall’Italia verso il Giappone, chi era Leonardo?
Definirsi è sempre la cosa più difficile.
Ho vissuto alla Garbatella, a Roma, fino ai 19 anni. La passione per i viaggi penso sia arrivata successivamente, forse ai tempi dell’università, quando ho iniziato ad avvicinarmi alla montagna e al mondo del trekking.
Già da tempo avevo una forte passione per l’Asia, per tutto quel mondo che comprende Cina, Giappone e culture che da noi praticamente non studiamo.
Da bambino invece avevo una grandissima passione per l’archeologia. Poi crescendo l’ho completamente abbandonata, quasi senza rendermene conto.
Forse quell’indole che avevo da bambino è diventata, vent’anni dopo, il motore che mi porta a fare quello che faccio oggi. Solo che per molti anni è rimasta completamente sopita.
Ho studiato economia perché, sinceramente, non avevo la minima idea di cosa studiare. Poi ho cercato di salvarmi in corner scegliendo economia ambientale.
Come campo di studio è meraviglioso: ti occupi di rigenerazione, foreste, risorse rinnovabili e di come mantenerle nel tempo. Non voglio usare la parola “sostenibile”, perché ormai preferisco evitarla.
Il problema è arrivato quando sono entrato nel mondo del lavoro. Ho fatto un tirocinio alle Nazioni Unite, alla FAO. Era una mia grande aspirazione, ma quando sono arrivato lì mi sono trovato davanti soprattutto grigia burocrazia.
Poi ho lavorato nella consulenza privata, come tantissimi ragazzi della mia età. E devo anche ringraziarla, la consulenza, perché mi ha dato i soldi per viaggiare e soprattutto mi ha insegnato un metodo che oggi utilizzo anche per strutturare le mie ricerche.
Però è un lavoro brutale. Ti annienta completamente.
Da lì è nata l’idea che, se dovevo scegliere un futuro, volevo che fosse qualcosa capace di riportarmi a contatto con la natura e con l’esterno. Se devo lavorare, voglio farlo in quel mondo, perché è lì che sento di stare bene.
Nel frattempo avevo conosciuto Sayaka, mia moglie. Ci eravamo incontrati già nel 2018 e poi ci siamo ritrovati nel 2022. Lei mi ha dato una grande spinta nel seguire questo progetto. Avere vicino una persona che crede in te e nei tuoi sogni fa tantissimo. Direi che è quasi essenziale.
Il tuo viaggio però non sembra essere semplicemente un viaggio dall’Italia al Giappone. Dietro c’è una grande ricerca culturale, geografica e antropologica. Come l’hai costruita?
L’idea era cercare di capire le sfumature dei popoli. Andare dall’Italia al Giappone e osservare come cambia l’umanità lungo il percorso, cercando di comprendere sia il presente sia il passato. Perché secondo me il presente lo capisci davvero soltanto quando inizi a studiarne le radici.
Per prepararmi ho utilizzato tantissimi siti, risorse, studi etnografici e soprattutto mappe. Mappe, mappe, mappe.
Sul telefono ne ho continuamente.
Mi servono, per esempio, per sapere che nell’ovest della Mongolia vivono popolazioni kazake, che nel nord ci sono popolazioni con tradizioni sciamaniche, che a sud ci sono i popoli del Gobi.
Sono spunti.
Non puoi pretendere di studiare completamente gli usi, i costumi e la storia di tutte le popolazioni che incontri. A me interessa innanzitutto sapere: chi vive qui?
Poi, quando arrivi sul posto e inizi a parlare con le persone, nascono le curiosità. Scopri che le yurte nell’ovest della Mongolia sono costruite diversamente da quelle dell’est o del nord. Che i riti sciamanici sono più consolidati in alcune zone mentre altrove trovi popolazioni buddiste o anche cristiane.
Questo per me è uno dei piaceri più grandi del viaggio.
Sono tutte cose che potresti tranquillamente leggere in un libro di storia o di antropologia, ma viverle ha un impatto completamente diverso. Oggi posso collegare quelle informazioni a delle immagini e a dei momenti precisi. Se mi chiedi dove sono stato dal giorno uno al giorno duecento, probabilmente riesco a dirti ogni singola città e anche cosa ho mangiato in quella città.
Il cervello ti aiuta a costruire queste connessioni. Leggere un libro ti permette di imparare, certamente. Ma viverlo è diverso.
Mentre ti ascoltavo pensavo a Le città invisibili di Italo Calvino e, inevitabilmente, a Marco Polo. Tu stai in qualche modo ripercorrendo, secoli dopo e con un mezzo completamente diverso, alcune delle direttrici percorse dai viaggiatori lungo la Via della Seta. C’è un luogo incontrato fino a oggi sul quale senti che dovresti scrivere molto di più? Una città assurda che da immaginaria diventa reale?
È complicato rispondere perché innanzitutto cerco di evitare le città.
Però, pensando a un luogo, direi sicuramente il Tajikistan e in particolare il Pamir.
Il Pamir è una specie di mostro sacro del ciclismo d’avventura. Penso di aver incontrato più ciclisti lì che durante tutto il resto del viaggio. Una delle cose che trovo più affascinanti è osservare come queste popolazioni si siano sviluppate all’interno delle diverse valli. Non essendoci tunnel, le montagne hanno creato per secoli linee di separazione molto più forti rispetto ai fiumi. A sud hai l’Afghanistan e a nord il Tajikistan: lungo alcune zone di confine trovi essenzialmente lo stesso popolo che parla la stessa lingua, separato oggi da un confine politico.
Ma all’interno dello stesso Tajikistan, passando dalla valle del Wakhan alla valle del Pamir, puoi incontrare popoli differenti che parlano lingue differenti. Questa cosa per me è incredibilmente affascinante. Mi piacerebbe conoscere molto meglio chi sono i Wakhi, chi sono i Pamiri, chi sono i Tajiki. E soprattutto capire cosa sta succedendo tra le due rive della valle del Wakhan.
Fino a cento anni fa erano sostanzialmente lo stesso popolo. Oggi da una parte, in Afghanistan, trovi una società nella quale metà della popolazione, quella femminile, è fortemente repressa e non ha libertà di uscire, andare a scuola, frequentare l’università o accedere liberamente alle cure mediche. Dall’altra parte hai il Tajikistan che, pur con tutta la sua povertà, è una società nella quale le donne hanno una libertà completamente diversa. E ho trovato anche un livello di felicità nelle persone che mi ha stupito.
È qualcosa che ho percepito diversamente, per esempio, in Georgia, dove la povertà mi sembrava vissuta in maniera più difficile. Oppure qui in Mongolia, dove molte persone mi raccontano che negli ultimi anni tantissimi giovani si stanno spostando verso la capitale alla ricerca di nuove opportunità di lavoro e di un futuro migliore, che poi non necessariamente è davvero migliore. La vita nomade sta perdendo la sua centralità. Le famiglie diventano più piccole, i nuclei familiari più stretti. In Tajikistan, invece, soprattutto nelle campagne, sentivo ancora molto forte la presenza della grande famiglia, con tutti i figli e un tessuto sociale estremamente vivo. È un mondo che mi piacerebbe studiare e raccontare molto di più.

In ogni viaggio abbastanza lungo, statisticamente, prima o poi arriva “il luogo dei guai”. Quello in cui tutto sembra andare storto. È già successo?
Non ho mai avuto davvero la sensazione di essere nei guai e di non sapere come uscirne.
Ho avuto tante piccole difficoltà. In Georgia, per esempio, il problema erano i cani. In Afghanistan, Kazakistan e anche qui in Mongolia il vento. In Tajikistan ho avuto delle intossicazioni alimentari e sono stato veramente molto male, tanto da dovermi fermare.
Forse, tra tutti i luoghi, la valle del Wakhan è stata la parte più complessa. Stavo percorrendo quella tratta insieme a Dario, un mio amico di Roma. In due giorni ha bucato otto volte. Io, in otto mesi di viaggio, avevo bucato tre volte in totale. Una sfortuna incredibile. A un certo punto è dovuto tornare in città percorrendo strade completamente disastrate: per fare ottanta chilometri ci ha messo praticamente una giornata intera. Io invece ho avuto un forte arrossamento alla gamba, forse un’infezione, e sono dovuto andare in un piccolo ospedale. Lì sono stati tutti carinissimi con me.
Però, fortunatamente, non ho mai pensato: “Sono veramente nei guai e non so come uscirne”.
Adesso sei in Mongolia: uno spazio enorme e pochissimo popolato. Immagino che la solitudine sia diventata una parte importante del viaggio. I social, in questo caso, ti aiutano?
Assolutamente sì.
Non tanto per il fatto di editare i video, quanto per la possibilità di rimanere in contatto con le persone. Ci sono persone che da duecento giorni commentano quasi ogni mio video e, inevitabilmente, si instaura una specie di legame. Ricevo feedback anche sulle sensazioni che provo a raccontare nei testi o nei video. A volte sono gli altri a farmi notare delle cose delle quali io stesso non mi ero reso conto. Da questo punto di vista sento molto di non essere solo. Una delle cose alle quali sento di aver rinunciato maggiormente durante questo viaggio è proprio far parte di una comunità. Quando rimani fermo in un luogo, una delle cose migliori che puoi fare è costruire intorno a te un tessuto sociale, una comunità di supporto. È qualcosa che impari benissimo viaggiando nelle campagne di questi paesi. Io, muovendomi continuamente, questa comunità non ce l’ho.
Ogni giorno incontro persone diverse, magari sto benissimo con loro, ma il giorno dopo devo salutarle. I social, per quanto siano popolati da persone che spesso non ho idea di chi siano realmente, in parte riempiono questo vuoto. Rispondere a ogni singolo commento mi fa bene. A volte è uno scambio di idee, altre volte sono semplicemente due chiacchiere. Però magari la sera o la mattina dopo ti fa piacere avere avuto quel contatto.
Poi riparti e trascorri nuovamente tutta la giornata da solo.
Hai detto che inizialmente la bicicletta era soprattutto un mezzo economico. Cos’è diventata adesso?
La bicicletta l’ho scoperta inizialmente proprio come mezzo economico. Soltanto dopo ho capito che era anche un mezzo di connessione con il prossimo.
Sei esposto.
Non hai un casco integrale, non sei chiuso dentro un abitacolo o dietro un cruscotto. Sei in una condizione di vulnerabilità verso l’esterno e quindi le altre persone ti approcciano molto più facilmente. Oggi sì, posso dire che la bicicletta è diventata il mio mezzo.

E viaggi anche piuttosto leggero. Quanto pesa tutto quello che hai con te?
Venticinque chili, inclusa la bicicletta.
La bici pesa undici chili e ho circa quattordici chili di attrezzatura, acqua compresa. La bici è una Cinelli Bootleg Geo, una gravel. Davanti monto un copertone gravel e dietro un copertone da strada.
Davanti mi dà trazione, mentre dietro mi aiuta a scorrere.
Come borse ho quella sottosella, la frame bag, la handlebar bag, una borsa sotto il tubo e una sopra il tubo.
E cosa ti manca?
Niente. Ho tutto. Non porto il rasoio, le forbici e tante altre cose che posso trovare tranquillamente quando arrivo in una città. Tutto quello che porto con me deve essere qualcosa che utilizzo praticamente ogni giorno.
Ovviamente ho un ricambio invernale per il freddo e uno estivo per il caldo. Ma se qualcosa posso reperirla in una città oppure mi serve una volta alla settimana o una volta al mese, non la porto. Per farmi la barba, tagliarmi le unghie o qualsiasi altra cosa aspetto di arrivare in città.
Anche per la riparazione della bicicletta porto pochissimo: toppe, colla, brugole e due camere d’aria. Basta. Ho viaggiato in Kazakistan con un ragazzo, Giacomo, che si era portato praticamente qualsiasi cosa. Poi gli si è rotto il movimento centrale. Come fai ad aggiustare un movimento centrale in mezzo al nulla? Puoi avere raggi di riserva e strumenti per riparare tantissime cose, ma alla fine rischia sempre di rompersi proprio quella che non puoi aggiustare. In Mongolia, per esempio, gli si sono rotti i pedali. Quindi ho deciso di portare davvero lo stretto necessario: quello che mi serve quando buco o quando devo stringere i freni. Tutto il resto lo risolvo in città. Se dovessi avere un problema veramente grave, cosa che fortunatamente non è ancora successa, fermo una macchina, faccio autostop e raggiungo un posto dove posso sistemarlo.
Hai imparato ad andare in bicicletta a 19 anni, non vieni dal ciclismo e prima di partire facevi soprattutto trekking. Dopo otto mesi non hai ancora voglia di lanciare la bici in un burrone e continuare in autostop?
Assolutamente no. Anzi, oggi la bicicletta mi piace davvero come mezzo di trasporto. E poi ormai ho una specie di debito nei confronti del Leonardo del passato. Ho sofferto così tanto per arrivare fin qui che, se oggi buttassi la bicicletta, sentirei che tutta quella fatica sarebbe stata sprecata.
Io devo arrivare a casa. Non ho alternative. Detto questo, la steppa mongola è qualcosa di meraviglioso. È estremamente introspettiva e ti permette di passare moltissimo tempo con i tuoi pensieri. Però dopo venti giorni diventa sfiancante. La cosa interessante è che non la sento pesare così tanto come avrei immaginato.Penso che se avessi iniziato il viaggio direttamente dalla Mongolia ne sarei uscito devastato. Il fatto di essere arrivato qui dopo aver accumulato tutte le esperienze precedenti mi sta dando una mano enorme.

Sono un po’ come le pietre che, una dopo l’altra, compongono la linea dell’arco che crea il ponte. Come direbbe Polo nel libro di Calvino.
Tornando a cose più terra terra, quando è previsto il tuo arrivo in Giappone?
Dovrei arrivare intorno al 10-15 ottobre. E l’8 novembre sarò a casa. Casa, ormai, è in Giappone. Vivo lì e devo fare la residenza con il visto di matrimonio. L’idea è quella di vivere e lavorare in Giappone.
C’è però una cosa che vogliamo chiarire: questo non è semplicemente “un viaggio in bicicletta per raggiungere tua moglie”.
Esatto. Tante volte vengono fatte interviste su di me e alla fine esce fuori il pezzo: “Leonardo in viaggio per amore”. Ma io non l’ho mai detto. Questo viaggio lo faccio per me. Il fatto che mia moglie fosse in Giappone e stesse studiando moltissimo per un concorso ha semplicemente creato il tempo e le condizioni per poterlo fare. Ma non sto andando in Giappone perché lei è bloccata lì e io devo raggiungerla.
Il viaggio nasce prima di tutto da una mia necessità.
Ultima domanda, quella con cui chiudiamo sempre BAMtastic. Hai uno spirito guida? Può essere uno scrittore, un musicista, una filosofia, una persona o qualsiasi cosa tu senta vicina nei momenti difficili e in quelli belli.
Rufy Cappello di Paglia. Quello di One Piece. E non scherzo.
È un punto di riferimento per tutto quello che sto facendo. Ho una sua immagine sulla bicicletta, un pezzo di carta che porto con me. E una delle prime cose che voglio fare quando arriverò in Giappone sarà andare davanti alla sua statua, offrirgli un brindisi e ringraziarlo per avermi dato la forza di intraprendere questa avventura. È un punto di riferimento per me da quando sono bambino.È una persona folle, che vive con il sorriso e che crede nei propri sogni e nei sogni delle altre persone.
Direi che sì, è decisamente il mio spirito guida.

Allora grazie Rufy, speriamo di vederti presto, in un ristorantino di un paese giapponese in montagna oppure chissà, al BAM! 2027.
Chi può dirlo.
Sicuramente adesso ti possiamo dire, buona strada.
Vi lasciamo qui i link di Leonardo:
Insta: https://www.instagram.com/leonthesilkroad?stkn=MW84eTR1N2FrZmx6bQ==
Canale YouTube:
youtube.com/playlist?list=PLMRvxMuqOsnFBBtWsVOHe0Wi2kVWT26jw&si=R-ShESK3KP7j70bP