Quando dici ultracycling, dici cibo.
Quando uno sente la parola “ultracycling”, pensa a qualcosa in cui qualche pazzo pedala per tutto il giorno attraversando paesi verso una meta scelta arbitrariamente.
Ogni volta che riguardo le foto di VIA Race, però, scopro qualcosa di nuovo. Eppure è passato un anno, e le ho scorse decine di volte per ragioni di lavoro. Ad esempio, l’ultima volta che ho sfogliato la cartella di Lightroom, mi ha colpito la questione cibo, che in bici è sempre molto soggettiva. La maggior parte degli ultracyclist che conosco pedala per mangiare (a partire da me), e quindi non devo stupirmi di trovare così tante foto di supermercati, ristoranti, kebabbari, tavolini improvvisati e bancarelle tanto marce quanto invitanti.

Ognuno vive i pasti a modo suo. Di più: ogni sosta, ogni pasto ha la sua storia, di solito unica e universale.

C’è Will, che sto pedinando da quando ha valicato a Monginevro: si ferma a tutti i fruttivendoli di Oulx, fa un paio di domande e va via. Probabilmente sta cercando qualcosa di preciso, perché non molla finché non lo trova nel supermercatone di zona. Piuttosto insolito perdere così tanto tempo mentre sei tra i primi in gara, ma in realtà no, è la norma. Al rifugio, presso il Velodromo di San Francesco, la prima domanda non è mai “Chi è già arrivato?”, e neanche “Dove sono le brandine?”, ma “Cosa c’è da mangiare?”. E alla fine della gara, dopo 4000km, i ciclisti si organizzano subito per delle pizza ride quotidiane, per portare rifornimenti al campo base.
Appena il gruppo di finisher si infoltisce, c’è la scissione: le pizza ride diventano race, mentre i più tranquilli si godono le pizza strolls.
In gara, poi, troviamo di tutto. Da qualche parte in uno dei paesini della Bassa ritroviamo Chris, all’alba. Quando chiede un “Quadruple coffee, please”, nessuno capisce veramente, ci racconta. Così per risparmiare tempo fa segno con le dita, guardando dritto il barista finché non è realmente convinto.

C’è Sam, che diventa subito famoso nelle chat di gara per le quantità di cibo che ingurgita, ma anche per i trucchetti da veterano che impara rapidamente. In Abruzzo prima mangia frutta selvatica di fronte a un passaggio a livello chiuso, mentre Ryan lo intervista e io mi appisolo istantaneamente al volante. Poi, al bar successivo (mentre mi appisolo istantaneamente al tavolo), scopriamo che butta mazzetti di ghiaccioli nella sacca idrica dello zaino, così l’acqua è aromatizzata (e zuccherata) ma soprattutto gli tiene fresca la schiena. Quando ci sono 38°C, anche mezz’ora di sollievo è importante.

Il cibo è importante anche per consolarsi, come per Eivind: gli facciamo compagnia mentre si sfonda di gelati in un bar di Asciano, dopo che è caduto e sta meditando se ritirarsi o meno.
La sua routine, da quando è entrato in Italia, è di quattro pizze al giorno. Forse è uno dei motivi per cui si è iscritto alla gara. Sicuramente uno dei motivi per i quali lo rivedremo sulla linea di partenza a Giovinazzo.


C’è la coppia di svizzeri, che danza in modo sincronizzato a ogni sosta secondo un copione ben preciso; le mani si sfiorano per passare le provviste e infilarle nelle borse, senza spreco di gesti o di tempo. In coppia si moltiplicano i tempi morti, tranne nel loro caso.


C’è Pawel, che si aggira nel supermercato e pranza sul marciapiede adiacente. Poco lontano c’è Ben – no, non è il signore con l’anguria, è quello dietro – che non ha neanche bisogno di sedersi per sfamarsi. Ma c’è anche chi sta comodo, come Tony. a Rieti non resiste al richiamo della porchetta e si gode la sosta su una trafficata statale, più soddisfatto degli inseguitori (Pawel) che finalmente lo stanno superando.

Poi ci sono gli sguardi: nel paese di Volturara c’è un bar in cui tutti si fermano per fare scorta prima dell’ultimissima salita. È l’unico bar, quindi chi passa in orario di chiusura resta a bocca asciutta. In compenso, chi lo trova aperto ha diritto all’attenzione di tutto il paese. Joanna non è di tante parole, e sbriga le sue faccende in pochi minuti, così i local ripiegano su di noi, inondandoci di “Ai miei tempi la bici…” e “Una volta pedalai da Palermo a…”.
Infine c’è anche la storia della serie “Come è piccolo il mondo”, obbligatoria per ogni avventura in bici. Ci succede verso la fine, quando Rafael si ferma in un kebabbaro di San Salvo, per l’ultima sosta prima della volata finale – 220km fino a Giovinazzo. È notte, forse l’una o le due, c’è solo Momo aperto ma il locale è deserto. Rafael Ordina una pizza da mangiare lì e una da asporto, arrotolata, che si infila nelle tasche sulla schiena. Momo è eccitato, come succede a tutti quelli che in un placido giorno feriale incontrano questi avventurieri stravolti. Momo però ha una ragione in più. Impastando e infornando, racconta che prima di trasferirsi gestiva un locale sulla riviera romagnola insieme alla sorella di Pantani. Rafael, Ryan ed io – che siamo lì in cerca di foto e video – siamo tutti e tre storditi dalle mille storie di Momo, che ci invita a ripassare di qui l’anno prossimo. Chissà che il 26 luglio, mentre inseguiamo la seconda edizione, non riusciamo davvero a fare una piccola deviazione dalla traccia.

Cosa è VIA race
Con un focus su avventura, community e competizione, il primo capitolo di VIA rende omaggio alle radici delle gare di ultra distanza.
VIA è una trilogia composta da tre capitoli che si sviluppano nel trienno 2024-2025-2026, a partire da una gara di 4000 km attraverso l’Europa nel 2024.
Il capitolo II partirà da Giovinazzo e arriverà ad Amerongen, nei Paesi Bassi.
Puoi seguire VIA race su Instagram @via_race o sul sito https://via-race.com/
Credits testo e foto:
Testo di Edoardo Frezet
Foto di Ryan Le Garrec, James Robertson ed Edoardo Frezet (Cicloreporter) – VIA Race