C’è chi arriva al BAM! con una bici, chi con una tenda, chi con una storia. Bergamont quest’anno arriva con uno zaino. Non uno qualsiasi, ma uno di quelli pieni, strapieni. Di cose attaccate fuori, infilate dentro, dimenticate in fondo e poi ritrovate al momento giusto.
Dentro non ci sono solo biciclette. Ci sono incontri, chilometri, deviazioni, errori, persone. Perché alla fine è sempre lì che si torna: la bici è il mezzo, ma quello che conta è tutto quello che succede mentre la usi. E Bergamont questa cosa non la racconta da uno stand. La porta in giro, la mette in mezzo alla gente, la fa vivere.
Al BAM! non si presentano con un “programma”. Si presentano con un modo di stare dentro al festival. È una presenza che si muove, che cambia, che si lascia contaminare. Si parte già prima, con la ROAD TO BAM!, insieme ai Brand Avocado, una community che sembra uscita da una notte attorno al fuoco: spontanea, imperfetta, vera.

Poi ci sono le storie. Quelle che ti fanno fermare anche se stavi solo passando. Pietro Franzese porterà il suo progetto Shardana Adventure, che è viaggio ma anche condivisione, e sarà uno di quelli con cui puoi parlare davvero, non solo ascoltare. Non è un talk, è più una conversazione che ti resta addosso.
E se ti viene voglia di capire cosa c’è dietro a una bici, di smontarla e rimontarla almeno con gli occhi, allora finisci dentro a un “build your gravel”. Un momento in cui il mezzo torna oggetto, pezzo per pezzo, fino a diventare di nuovo strada. Insieme a Franzese e al team State of Bike, senza troppa teoria e con parecchia realtà.

Poi lo zaino si apre ancora e succede una cosa che al BAM! succede spesso: si cambia terreno. Dalla polvere alla neve. Perché chi viaggia in un modo, spesso viaggia anche in un altro. E allora arrivano due film, due storie diverse ma con lo stesso sguardo.
Una è la salita al Monte Rosa partendo dal posto più improbabile possibile, il divano di casa, raccontata da Alessandro Sozzi nel film di Simone Armanni. L’altra è lo Spluga, con Teto Balatti e Luca Gianola, nel film firmato da Giovanni Levi. Due modi per dire la stessa cosa: puoi anche non farlo. Ma se vuoi, fallo davvero.
E poi c’è un momento che vale più di tanti discorsi. La Garbage Ride, una pedalata semplice, quasi silenziosa, che però cambia lo sguardo. Pedali, raccogli, osservi. Ti accorgi di quello che lasciamo in giro e, per una volta, anche di quello che possiamo sistemare. Non è solo una ride. È un modo per rimettere insieme il senso del viaggio.

Alla fine lo zaino resta aperto. Non perché manca qualcosa, ma perché c’è sempre spazio per un’altra storia. E forse è proprio questo il punto.
